Quando ci fu il quasi compromesso storico, che per molti e anche per me portò al rapimento di Aldo Moro e poi al suo assassinio, io ero piccolino ma già ai tempi ero convinto che un vero dialogo tra la parte progressista dei cattolici e dei comunisti avrebbe portato soltanto delle buone cose e avrebbe potuto portare ad un "partito" avanti nel tempo e utile al paese, credo che in qualche modo la pensassero così anche Berlinguer e Moro ma questa cosa non la sapremo mai veramente. Ai tempi di sicuro molti nel PCI come nella DC vedevano in modo molto negativo il compromesso tra cattolici e comunisti e lo facevano per motivi di "conservazione" dei ruoli e dei poteri. Se fosse nata una forza politica dalle due realtà che ho descritto sopra forse l'Italia sarebbe cambiata profondamente e io penso in meglio. Moro e Berlinguer erano persone capaci e serie, politici di spessore e di tradizione, molto probabilmente questo avrebbe destabilizzato sia nel PCI che nella DC molti equilibri "parassitari" che mantenevano in piedi poteri e potentati ed equilibri internazionali, ricordiamoci che l'Italia era l'unico paese europeo ad avere un partito comunista di grande consenso elettorale e con potere amministrativo sul territorio, anche in grandi città e il cosiddetto "compromesso storico" avrebbe potuto dare fastidio anche a livello internazionale sia nel blocco occidentale che in quello orientale perchè avrebbe creato un nuovo modo di vedere rispetto al concetto di "al di qua o al di la del muro". Il viaggio del PCI e della DC verso quello che avrebbero voluto fare Moro e Berlinguer è cominciato guarda caso dopo la caduta "del muro". All'inizio degli anni 90 il PCI si sciolse di li a pochi anni anche la DC si sciolse con una disgregazione delle anime che erano tenute insieme dal progetto DC, anime di destra, di sinistra e di centro. Piano piano l'anima cattolica progressista si avvicinò all'anima progressista (almeno sulla carta) del PDS, poi dei DS e infine convogliarono nel PD passando dall'Ulivo. Le due anime progressiste avevano una forte identità legata alla storia dei movimenti politici che fino agli anni 90 erano le forze maggiori del paese, con la disgregazione del PCI e della DC negli ultimi 25/30 anni i "vecchi" dirigenti come dalema, bersani ecc... hanno visto, secondo me, più che una fusione di pensieri, valori e obbiettivi (cosa che invece a Veltroni era molto chiara) l'incontro delle due anime un modo per aumentare il bacino elettorale non abbracciando mai a pieno lo spirito costitutivo del PD. Io ho sempre avuto questa sensazione fin dai tempi dell'Ulivo, non ho mai visto la "vecchia dirigenza" PCI, che ai tempi era la "giovane" dirigenza del PCI, veramente portante della voglia di essere un partito progressista aperto anche ai cambiamenti interni, aperto alla dialettica e all'alternanza di chi dirige e sopratutto capaci di progredire con la progressione della società. Il problema non è Renzi per questo gruppo di vecchi dirigenti (non è un dato anagrafico il "vecchio" ma culturale) ma l'essere minoranza, il non essere più capaci di diventare maggioranza. L'articolo che ho citato all'inizio dice:
"Quando nacque il PD, ormai dieci anni fa, dalla fusione dei Democratici di Sinistra con la Margherita, entrambi i partiti ottennero enormi vantaggi: i primi
riuscirono a riciclarsi in un movimento libero da quei condizionamenti simbolici e ideologici che avevano permesso a Berlusconi di sfruttare lo spettro
comunista per vincere le elezioni , mentre i secondi si aprirono ad un bacino di
consenso che difficilmente avrebbero potuto raggiungere per ordinaria via elettorale."
Io credo che i vantaggi del bacino elettorale ci fu per entrambe i lati. L'articolo continua:
"L’obiettivo dichiarato, in teoria, era la fondazione di un soggetto nuovo che realizzasse il famoso “compromesso storico”, traguardo sfumato con l’uccisione di Moro sul finire degli anni ’70 e poi lentamente e faticosamente costruito nella stagione ulivista. La fuoriuscita di una fetta degli ex DS oggi dimostra quanto questo obiettivo avesse per molti una funzione più che altro di facciata e quanto assai più importante fosse la conservazione di equilibri di potere consolidati."
I poteri consolidati alla fine sono il principio dello scollamento. Continua:
La scalata renziana ai vertici del potere nel PD, in quest’ottica, è stata sempre vissuta da una parte del partito come un’usurpazione, nonostante la crisi sia iniziata proprio con l’ennesimo fallimento della guida “a sinistra” del partito, durante la gestione Bersani. Tra i tanti inganni di questi ultimi tre anni infatti, la minoranza uscente è riuscita a fabbricarne due di eccezionale fattura: la “presa padronale del partito” o il “partito di Renzi” e la “scissione già avvenuta nel popolo del PD” con annessa perdita di voti. Come al solito la pessima memoria degli elettori italiani (una caratteristica eterna dell’elettorato di centrodestra ma dalla quale sembrano non essere immuni nemmeno a sinistra) ha favorito il diffondersi di queste fantasiose teorie.
Un lieve sforzo di memoria infatti permetterebbe di ricordare il gigantesco travaso di voti verso l’astensione e i 5 Stelle, avvenuto nelle elezioni politiche del 2013, con Bersani candidato premier. Il PD scese dai 12 milioni delle politiche 2008 a 8,6 milioni, una picchiata verticale di consenso con una perdita di 7 punti percentuali.
Per i dati citati basta leggere il post prima di questo. Continua:
Guardando le polemiche degli ultimi mesi viene da chiedersi se non fosse quello il momento giusto per una conferenza programmatica, di un chiarimento definitivo con l’elettorato e di un definitivo rilancio del progetto politico del Partito Democratico. Nessuna reazione arrivò dal gruppo dirigente di allora, bocciato clamorosamente dagli elettori prima nelle urne e poi, a fine 2013, nelle primarie che collocarono Renzi al vertice del PD. La severa punizione degli iscritti avvenne nel pieno spirito costitutivo del Partito, dichiaratamente maggioritario nelle aspirazioni e nella struttura interna.
L’accusa al Pd di essere ormai diventato il PdR (Partito di Renzi) è un colossale insulto ai milioni di militanti il cui unico torto è stato indicare legittimamente l’allora Sindaco di Firenze come guida del PD, voltando le spalle al precedente gruppo dirigente. Nessuna svolta padronale, solo le regole del partito che, in accordo con la propria “vocazione maggioritaria" prevedeva una leadership forte, scelta e legittimata con il sistema delle primarie, mescolando la tradizione dei partiti di massa, plurali e partecipati dal basso, con il modello americano.
È lo stesso statuto a prevedere un limite di mandato per il segretario, dunque l’intera questione della “svolta autoritaria” nel Pd a guida Renzi è la semplice e lampante dimostrazione del fatto che una parte del partito, quella in uscita, non ha mai davvero compreso o accettato queste regole del partito o ha smesso di farlo quando si è trovata in minoranza.
Secondo me ha smesso di farlo nel momento in cui si è trovata in minoranza. Continua:
A conferma di questo il governatore toscano Enrico Rossi scriveva martedì: “Bene...piano piano tutto si chiarisce. Lo scontro sarà tra Renzi e Emiliano. Uno spettacolo senza contenuti, una giostra populista, né di destra né di sinistra. Chi accetta questo gioco non può rappresentare gli interessi dei ceti popolari e si destina all’irrilevanza. Ecco perché io ne sto fuori e mi impegno a costruire una forza politica nuova, seria, coerente, non subalterna, autenticamente di sinistra”.
Queste parole confermano la presunzione assoluta con cui questa parte continua a ritenersi depositaria di un’autenticità esclusiva dello spirito di “sinistra” e anche la decennale militanza strumentale all’interno di un partito che voleva dare un nuovo significato alla parola sinistra, superando i dogmi e non certo riproporre una novecentesca “Rivoluzione socialista”. Con questo ritorno al passato, come ha detto Veltroni in assemblea, in linea con il trionfo del proporzionale, tramonta forse definitivamente il sogno del “compromesso storico”.
Io credo che i vantaggi del bacino elettorale ci fu per entrambe i lati. L'articolo continua:
"L’obiettivo dichiarato, in teoria, era la fondazione di un soggetto nuovo che realizzasse il famoso “compromesso storico”, traguardo sfumato con l’uccisione di Moro sul finire degli anni ’70 e poi lentamente e faticosamente costruito nella stagione ulivista. La fuoriuscita di una fetta degli ex DS oggi dimostra quanto questo obiettivo avesse per molti una funzione più che altro di facciata e quanto assai più importante fosse la conservazione di equilibri di potere consolidati."
I poteri consolidati alla fine sono il principio dello scollamento. Continua:
La scalata renziana ai vertici del potere nel PD, in quest’ottica, è stata sempre vissuta da una parte del partito come un’usurpazione, nonostante la crisi sia iniziata proprio con l’ennesimo fallimento della guida “a sinistra” del partito, durante la gestione Bersani. Tra i tanti inganni di questi ultimi tre anni infatti, la minoranza uscente è riuscita a fabbricarne due di eccezionale fattura: la “presa padronale del partito” o il “partito di Renzi” e la “scissione già avvenuta nel popolo del PD” con annessa perdita di voti. Come al solito la pessima memoria degli elettori italiani (una caratteristica eterna dell’elettorato di centrodestra ma dalla quale sembrano non essere immuni nemmeno a sinistra) ha favorito il diffondersi di queste fantasiose teorie.
Un lieve sforzo di memoria infatti permetterebbe di ricordare il gigantesco travaso di voti verso l’astensione e i 5 Stelle, avvenuto nelle elezioni politiche del 2013, con Bersani candidato premier. Il PD scese dai 12 milioni delle politiche 2008 a 8,6 milioni, una picchiata verticale di consenso con una perdita di 7 punti percentuali.
Per i dati citati basta leggere il post prima di questo. Continua:
Guardando le polemiche degli ultimi mesi viene da chiedersi se non fosse quello il momento giusto per una conferenza programmatica, di un chiarimento definitivo con l’elettorato e di un definitivo rilancio del progetto politico del Partito Democratico. Nessuna reazione arrivò dal gruppo dirigente di allora, bocciato clamorosamente dagli elettori prima nelle urne e poi, a fine 2013, nelle primarie che collocarono Renzi al vertice del PD. La severa punizione degli iscritti avvenne nel pieno spirito costitutivo del Partito, dichiaratamente maggioritario nelle aspirazioni e nella struttura interna.
L’accusa al Pd di essere ormai diventato il PdR (Partito di Renzi) è un colossale insulto ai milioni di militanti il cui unico torto è stato indicare legittimamente l’allora Sindaco di Firenze come guida del PD, voltando le spalle al precedente gruppo dirigente. Nessuna svolta padronale, solo le regole del partito che, in accordo con la propria “vocazione maggioritaria" prevedeva una leadership forte, scelta e legittimata con il sistema delle primarie, mescolando la tradizione dei partiti di massa, plurali e partecipati dal basso, con il modello americano.
È lo stesso statuto a prevedere un limite di mandato per il segretario, dunque l’intera questione della “svolta autoritaria” nel Pd a guida Renzi è la semplice e lampante dimostrazione del fatto che una parte del partito, quella in uscita, non ha mai davvero compreso o accettato queste regole del partito o ha smesso di farlo quando si è trovata in minoranza.
Secondo me ha smesso di farlo nel momento in cui si è trovata in minoranza. Continua:
A conferma di questo il governatore toscano Enrico Rossi scriveva martedì: “Bene...piano piano tutto si chiarisce. Lo scontro sarà tra Renzi e Emiliano. Uno spettacolo senza contenuti, una giostra populista, né di destra né di sinistra. Chi accetta questo gioco non può rappresentare gli interessi dei ceti popolari e si destina all’irrilevanza. Ecco perché io ne sto fuori e mi impegno a costruire una forza politica nuova, seria, coerente, non subalterna, autenticamente di sinistra”.
Queste parole confermano la presunzione assoluta con cui questa parte continua a ritenersi depositaria di un’autenticità esclusiva dello spirito di “sinistra” e anche la decennale militanza strumentale all’interno di un partito che voleva dare un nuovo significato alla parola sinistra, superando i dogmi e non certo riproporre una novecentesca “Rivoluzione socialista”. Con questo ritorno al passato, come ha detto Veltroni in assemblea, in linea con il trionfo del proporzionale, tramonta forse definitivamente il sogno del “compromesso storico”.
Non posso non essere in accordo con chi ha scritto questo articolo che potete trovare a questo link: http://www.termometropolitico.it/1246396_scissione-pd-renzi-sinistra-emiliano.html e aggiungere che Veltroni ha fatto un bel discorso all'assemblea anche se per me il fatto che disse che sarebbe andato in africa e poi non lo fece mi ha sempre deluso alquanto...